Un post scritto di getto, molto intimo, molto di cuore: ecco cosa capita dopo il ritorno dall’Australia, soprattutto a quelli come me che l’hanno tanto amata!

ritorno dall'Australia

La mia strada a Sydney, ritratta l’ultimo giorno prima di tornare in Italia

Oggi vorrei raccontarti un po’ cosa significa, almeno basandomi sulla mia personalissima esperienza, tornare a casa dopo un anno in Australia.
Il ritorno dall’Australia a casa ha profondamente influenzato la mia vita negli ultimi 3 mesi e mi ha fatto provare cose che non avevo mai provato in vita mia e che, in certe accezioni, non auguro a nessuno.

Questo post è molto lungo e molto intimo, molto di cuore. Non ha capo né coda, non ha trama né una conclusione logica. È solo uno sfogo fine a se stesso. Ma mi farà piacere se lo leggerai, perché è qualcosa che ho bisogno di condividere, finalmente.

Eh sì, perché oggi sono in Italia proprio da 3 mesi.

Sabato 28 marzo, alle 13 circa, appoggiavo i piedi sul cemento della pista di Malpensa. Mi ricordo perfettamente quel momento, come se fosse ora: ho camminato verso il ritiro bagagli, sono andata a rinfrescarmi un po’, poi ho preso la mia pesantissima valigia rossa e sono andata a fare una fila (lunga e lentissima) per la visione del passaporto: un solo sportello per controllare tutti i passaporti dell’UE, e noi lì in attesa.

Facevo le cose un po’ per inerzia e il mio cervello sembrava galleggiare su una nuvola. Dov’ero? Perché ero lì? Perché tutte queste persone parlano italiano? Perché la mia pelle è insolitamente più scura di quella di tutti gli altri? Fuori da quella porta, 5 volti trepidanti mi stavano aspettando. La mia mamma e il mio babbo non li vedevo dal 26 agosto; mio fratello, la mia migliore amica e il mio migliore amico da un anno. Un anno intero. Un anno così ricco e denso e incredibile che non so se a chiamarlo semplicemente “anno” gli do l’importanza che merita.

Loro mi aspettavano con un cartello stupido raffigurante la mia faccia su un corpo da canguro, poi un mazzo di fiori, una bottiglia di spumante, tanti sorrisi e abbracci. Mi sono lasciata prendere e ho sorriso, e parlavo a voce alta e isterica e ho bevuto lo spumante tutto d’un fiato, e avevo gli occhi a palla (non solo per il sonno, ma anche) per l’incredibile emozione di vivere un momento unico, irripetibile, totalizzante.

Sono salita in macchina con Catia e Walter e siamo andati a Milano, a mangiare una pizza. Sì, la pizza, perché sono italiana punto e basta. Sono arrivata in Piazzale Loreto, dove ho abitato per due anni, e avevo gli occhi impazziti e il cuore pure. Camminavo spavalda, mi sentivo a casa e a mio agio, è tutto molto bello. Prendiamo un gelato e all’improvviso compaiono altri 3 volti: due amiche e un amico che Walter aveva chiamato per farmi una sorpresa. Abbraccio, sorrido, non so cosa dire, mi sento strana: è assurdo pensare che un anno fa ero di fronte a queste persone e ora lo sono di nuovo, eppure sono una persona completamente diversa. Una sensazione agrodolce, e non so se mi piace.

Sono in balia dei momenti, forse anche un po’ del jet lag, e mi lascio letteralmente trasportare, per il braccio e per la mente. Saluto Walter e gli altri e saliamo in macchina per tornare a casa. A “casa”.

Casa, che strano.

In macchina ci divertiamo un sacco, facciamo tanti giochi stupidi, Filippo fa il coglione, i miei mi fanno ridere, Catia è divertente come sempre, sono concentrata sui giochi, ci fermiamo all’autogrill e mi emoziono (o faccio finta di? Non so) di fronte ai prodotti tipici italiani incartati sottovuoto. Poi mi addormento, esausta e completamente arresa al mal di fuso.

Arriviamo a casa. Scendiamo dalla macchina e scarichiamo la valigia. Perché non saliamo dalle scale esterne? Ma no, passiamo da sotto, dalla taverna. Va bene, non fa niente. Mi lasciano aprire la porta, e qualcuno da dentro accende la luce.

Forse per gli altri no, ma ai miei occhi è stato un vero e proprio tripudio. Di colori, di suoni, di voci, di profumi, di luci.

Di volti. 5, 10, 15, 20 volti. Sorridenti, alcuni emozionati. Io sono come travolta, scoppio in una risata un po’ isterica, riesco a dire solo no no no, cioè vabbè no, volto loro le spalle e torno indietro, i miei mi rispingono dentro, e questa scenetta si ripete altre due volte. Vado ad abbracciare l’altro mio fratello, che mi aveva un po’ deluso per non essere venuto all’aeroporto, e invece era rimasto a casa per organizzare tutto. Abbraccio fortissimo i miei nonni con gli occhi lucidi, il mio cane impazzito per tutte quelle presenze, e uno a uno i miei (pochi) amici e i parenti. Al muro un mega striscione fatto da Linda, e un sacco di tutto quel cibo che ho sognato per mesi: la divina zuppa di pane di mia nonna, i mitici messicani, la mortadella, le torte salate di mia mamma che amo, e poi che ne so, un sacco di roba. Ho lo stomaco completamente chiuso e il cuore completamente aperto. Accogliente, ed esposto. Dopo un po’ Catia mi porta fuori con una scusa e al buio sento la voce di Walter, corso in macchina da Milano poco dietro di noi per l’ennesima, stupenda sorpresa. Il cerchio si chiude e siamo tutti qui.

Una bella serata, di quelle che piacciono a me, con un gran vociare e risate che risuonano e profumi di casa e tutti che sembrano contenti. Abbraccio tutti e ringrazio, nella mia testa, per un benvenuto di quelli che non potevo neanche immaginare, senza sbavature e capace di donarmi attimi di felicità, che forse mi servivano proprio.

…………….

È il buon tempo. Che dura esattamente 4 giorni dal mio ritorno dall’Australia. Sabato, domenica, lunedì, martedì. Giorni in cui vedo altri volti, abbraccio altre persone, mi vedono dimagrita e abbronzata, io mi godo tutte le piccole attenzioni e tutto quello che non ho potuto avere in un anno via e in due mesi on the road. Sorrido beata, mi sveglio intontita ma piena di buone speranze, cammino quasi molleggiando, mi guardo allo specchio per riconoscere questa nuova me in un contesto vecchio, per capire se ci si può adattare. È tutto nuovo e allo stesso tempo tutto così familiare.

Il venerdì, all’ora in cui una settimana prima stavo salendo sull’aereo Emirates, c’è questo esatto momento in cui mi rendo conto che qualcosa non va. Esco per la prima volta con Seppy, una delle mie migliori amiche che non era potuta venire alla festa del ritorno. Decidiamo, senza neanche pensarci troppo, di andare al nostro “solito” bar. Al parcheggio incontro un mio vecchio amico, ci abbracciamo ed entriamo nel locale insieme. Seppy va al bancone a prendere i mojito, io rimango con lui. Che mi chiede: “Allora, com’è andata?”.

Io me l’aspettavo da tanto questa domanda, me la immaginavo e non sono mai riuscita a capire cosa avrei dovuto rispondere. Ne parlavo con le amiche in Australia e dicevo loro: “Cosa dirò? Come si fa a rispondere a questa domanda? Come farò a riassumere tutto questo intero mondo in una risposta?

Ho risposto “Bene”.

Bene. Che cosa potevo dire? Sarò forse stata troppo arrogante? Questo “bene” mi ha svuotato, in un colpo solo. Non avevo niente da dire eppure avevo così tanto, così tanto, una cosa immensa tutta appollottolata nel mio stomaco, e invece ho detto solo “bene”. Rimaniamo lì in piedi, appoggiati al frigo delle birre, un po’ in silenzio, io che mi guardo intorno, cercando di intavolare una blanda conversazione. Seppy torna, salvandomi, ci sediamo e beviamo il mojito. Lei mi racconta del suo viaggio di lavoro appena concluso. La ascoltavo e notavo, con sorpresa, di quante cose lei avesse da raccontare su un viaggio di lavoro di una settimana dopo un anno senza vederci, e invece io non sapevo dire niente del mio anno via. Quella sera, e tutte le altre (fino ad adesso) non sapevo come cominciare, da dove cominciare, cosa raccontare, quali episodi divertenti o interessanti tirar fuori, un blocco totale, perché alla domanda “Com’è andata?” uno non sa proprio che rispondere.

Poi la serata continua, arrivano dei suoi amici e quella scena, capitata ormai quasi 3 mesi fa, ce l’ho proprio davanti agli occhi adesso, come in uno schermo: loro che parlavano di fronte a me, ridendo, e intorno a noi decine e decine di persone che vanno e vengono, sedute ai tavolini o in piedi al bancone, parlando a gruppi, un gran vociare, tante risate, vestiti e tacchi, cocktail ovunque, suoni di bicchieri che s’incontrano, un normalissimo caos da venerdì sera. Vedevo tutto come se fosse un vortice di cose e persone che girava velocissimo intorno a me, mentre io rimanevo lì in mezzo, completamente immobile, con la bocca un po’ aperta come uno stoccafisso, la mente un po’ annebbiata e un solo, unico pensiero al neon: ma cosa diavolo ci faccio qui?

Ma ti è mai successo? Non sembra solo una stupida scena da film? Non sembra che stia esagerando per romanzare tutta la storia? Ma hai presente?

Io non avevo presente,

io non pensavo che sarebbe stata così. Prima del mio ritorno dall’Australia io non pensavo proprio niente, a dire il vero, e di sicuro, tantomeno, non a questo. Non volevo farmi aspettative su questo ritorno, e anche se avessi voluto non avrei saputo cosa aspettarmi, di preciso, perché non avevo proprio idea di come sarebbe potuto essere, nonostante i tanti racconti degli altri.

Questo, è stato. Un vortice di emozioni, all’inizio belle, poi insomma, poi bruttine, poi devastanti. Per un periodo abbastanza lungo ho pianto almeno una volta al giorno. Mi sentivo…fuori posto. So che sembra superficiale da dire, eppure è un’emozione davvero lancinante: fuori posto come amica, come figlia, come sorella, come venticinquenne, come cittadina italiana, come disoccupata. In tutti i sensi, mi sentivo difettosa. Non so, è difficile da spiegare. Naturalmente, c’entra di sicuro il fatto che dopo 6 anni e 7 mesi sono tornata ad abitare coi miei genitori, e questo è a dire poco destabilizzante, soprattutto per una come me che ha sempre cercato i propri spazi a tutti i costi.

Ho cercato di essere tranquilla, serena, paziente. Di non pretendere di avere un lavoro subito, la mia libertà subito. Ho passato anche dei bei momenti, per carità, a tratti bellissimi. Ho apprezzato la compagnia dei miei cari. Ho fatto pochi e minuscoli lavoretti che hanno innalzato la mia autostima e la mia voglia di affermazione di un centesimo. Ma poi ogni minima cosa mi faceva ritornare nel mio piccolo baratro. Credo di aver sfiorato la depressione, o una cosa simile, non lo so. Non mi sento di fare la melodrammatica perché non è nel mio stile. Ma sono stati momenti brutti.

La cosa che più mi fa stare male è provare questa irrefrenabile spinta ad allontanarmi a tutti i costi da questo posto. Il posto dove sono cresciuta, dove ho vissuto infanzia e adolescenza. Dove vive la mia stessa famiglia. Io non saprò mai spiegare a parole quanto sia brutta, brutta, brutta la sensazione di volersi allontanare dal luogo dove c’è la tua famiglia e dove sei cresciuta. È una cosa terribile.

Ma io devo accettarlo, è questione di sopravvivenza. E pensi sia semplice pesare di nuovo sui tuoi ai 26 anni, anche se solo per qualche mese? Pensi sia semplice riabituarsi a quello che c’era prima, anche se tu sei tutta un’altra persona? È come entrare nella vita di un’altra persona, e tu non c’entri assolutamente niente. E pensi sia semplice essere completamente in balia di sbalzi d’umore allucinanti, ogni minuto? E pensi sia semplice, porca troia, aver vissuto un anno a duemila all’ora, e poi tornare e qui tutto sembra fermo, immobile, uguale a prima? Ritrovarsi in un luogo -fisico e mentale- che non riconosci proprio più? Pensi sia bello provare tutte queste emozioni negative per il tuo cazzo di meraviglioso, terribile Paese? Avere il timore che i tuoi genitori pensino che magari il problema siano loro? Sentire di stare per perdere completamente tutte le conquiste dell’anno australiano, perché sto regredendo, in un’involuzione senza fine che mi rimpicciolisce e basta?

Tornare nei posti di sempre. Dove tutto scorre uguale a se stesso e invece tu vorresti urlare, vorresti correre, velocissimo. Dove la gente neanche ti chiede le cose, neanche ti chiede l’Australia com’è, neanche vuole vedere due foto, basta chiedere “com’è andata?” e quella tanto al massimo risponde “bene”, ma tanto chi se ne frega? È la sua vita, non la mia, le fotografie che se le guardi da sola. E poi io quando penso a queste cose mi sento anche una persona arrogante.

Sono passati tre mesi. Il peggio credo sia passato, adesso sto meglio. Sono tranquilla e non piango più ogni giorno, credo. Le persone speciali, sono loro che fanno sempre la differenza. Ma tutto questo mi fa anche paura. Perché vuol dire che magari mi sto dimenticando, di quell’anno così diverso, così importante. Tutto quello che ero lì non lo sono più, di nuovo. Tutte le paure che lì avevo perso stanno pian piano tornando, e i miei limiti scomparsi si stanno riaffacciando, e sto lentamente tornando a essere la persona che ero prima di partire. E io non mi piacevo, prima. Io mi piacevo in Australia. E non ci posso proprio credere che ormai sono passati già tre mesi (e a me ne sembrano trascorsi 20), e tutto sta tornando normale anche per me (per gli altri lo è sempre stato), e piano piano l’Australia finirà in quel famoso cassetto dei ricordi, un giorno smetterò di guardare le foto e mi dimenticherò dei volti, dei luoghi, delle sensazioni. Tutto tornerà completamente come prima e di quella vita rimarrà solo il ricordo, solo un fottutissimo ed inutile ricordo.

E forse è questa la cosa che mi fa più male, quella che non riesco ad accettare.


So che la faccio molto tragica, in fondo non è mica morto nessuno. Ma per me l’Australia è stata vitale, il sogno di una vita che mi ha dato così tanto. E questi tre mesi dal ritorno dall’Australia sono stati davvero, davvero difficili. E quello che ora m’importa di più e fare di tutto perché quella che ero non venga persa del tutto. Perché era esattamente quello il modo in cui io voglio essere.